Tra Classico e Contemporaneo. Suggerimenti sui Testi per chi inizia. Parte 1

di Massimiliano Milesi


           Quando gli aspiranti attori vengono portati in scena, di solito si fa una gran fatica a scegliere gli autori da rappresentare. Soprattutto le giovani generazioni nutrono un grande interesse per il contemporaneo, ed è comprensibile. La contemporaneità esprime i disagi, le frustrazioni e le ansie del vivere odierno. Spesso i contenuti sono molto più vicini alla vita di ognuno di noi e lasciano supporre un buon riscontro da parte del pubblico. Purtroppo, però, sono assai poco utili dal punto di vista dell’apprendimento e la messa in scena può presentare trabocchetti.


          Sembrerà un luogo comune preferire la classicità al moderno, ma nella messa in scena i linguaggi evoluti lasciano poco spazio a chi sta imparando e si danno per scontate perizia scenica e disinvoltura attoriale.


                    La linea di confine tra Moderno e Contemporaneo si sviluppa tra Ottocento e Novecento e non è un fenomeno da sottovalutare. Il Novecento non “descrive" più: man mano che le arti si sviluppano, viene preferito il simbolo alla descrizione. Questo accade in pittura, in musica, in letteratura. L’avvicinamento al simbolismo astratto della cultura orientale ne è una testimonianza comprovante. In un suo celebre saggio dei primi anni Sessanta, Ferruccio Marotti cita l’apertura del primo negozio di Cineserie a Parigi, nel 1862, come sintomo di una decisa svolta culturale verso linguaggi che avrebbero mutato il Teatro del ‘900. Sono anni in cui l’Oriente va di moda e la stessa filosofia occidentale conosce una mutazione che per l’Arte a venire sarà fondamentale.

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               Con Hegel non siamo più obbligati a descrivere la realtà come la vediamo, ma possiamo fornire una “idea” a chi guarda o ascolta. Questo cambierà molte cose, anche grazie all’arrivo di nuovi supporti tecnici come la fotografia e, anni dopo, il cinema. L’artista è sempre più esonerato dal descrivere e sempre più invitato a rappresentare l’idea di ciò che percepisce di realtà. Tra pochi anni Joyce sperimenterà il flusso d’interiorità dei suoi personaggi, in concomitanza con l’arrivo della soggettiva al cinema e vale a dire la scena vista con gli occhi del personaggio.





          La pittura conosce un momento di profonda trasformazione con l’arrivo della Fotografia. Racconta molto bene Benjamin la crisi di quando si riteneva che le tavole pittoriche avrebbe perso significato con l’arrivo delle immagini fotografiche. Tutti sappiamo che non fu così.


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          In Teatro, oltre l’esperienza di Stanislavsky, si sviluppavano altre idee che andavano in una direzione diversa dalle minuziose ricostruzioni. Si comincia ad usare la “convenzione cosciente”, vale a dire un tacito accordo con il pubblico che accetti ciò che la regìa intende proporre come vero. Se io dico che questa sedia è un Trono….voi mi credete, ci accordiamo che lo sia.

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     I testi contemporanei sono figli di questo grande cambiamento, soprattutto dal dopoguerra in poi. Gli anni Quaranta sono portatori di grandi novità e la letteratura teatrale si complica. C’è stata la Seconda Guerra Mondiale, il mondo ha conosciuto la ferocia nazista dei campi di sterminio e la barbarie di Hiroshima e Nagasaki : siamo andati “oltre”.

    Da questi temi partono grandi autori come Durrenmatt, anni dopo Beckett, Ionesco, Adamov, Mrozeck….


      Il mondo non ha bisogno di manifesti, di scuole di pensiero che si autoproclamano. Il fenomeno del Contemporaneo è planetario, un esempio per tutti è quello del Teatro dell’Assurdo. Gli anni Cinquanta vedono nascere fenomeni di Neo-Avanguardia che sono i prodromi di quella grande fucina che saranno i Sessanta.


         Non vorrei dilungarmi oltre, in questa sede. Il XX Secolo inizia con le fanterie a cavallo e termina con la posta elettronica. Tutto assai veloce, non ci sono paragoni con la lentezza dei precedenti momenti storici. Basta riflettere su questo.


        Tornando alla necessità di prendere confidenza con il Teatro un pò alla volta, è meglio iniziare con testi che conoscano la maggior linearità possibile. Tra Mirandolina della Locandiera e la Signora Smith della Cantatrice Calva intercorrono più di 200 anni….Imparare a recitare con l’elenco delle cose che fa una famiglia inglese, mantenendo un tono tra l’acceso e l’alienato, non è la stessa cosa che dichiarare al mondo che l’universo femminile è la più bella cosa che ha prodotto al mondo la bella madre natura.

          

        Ovviamente, si può essere una pessima Mirandolina se diretta male. Ma ciò che Mirandolina dice è eterno, ed è quello che la rende attuale anche 265 anni dopo…Senza nulla togliere ai linguaggi confusi degli Smith e dei Martin di Ionesco.




         Il grande Martin Esslin fu uno dei più accorti studiosi del Teatro dell’Assurdo e spiegò molto chiaramente la confusione linguistica del “parlare senza dir niente” che caratterizzava gli anni a cavallo tra il secondo dopoguerra ed il boom economico, e che diede origine ai personaggi di tanto Teatro dell’Assurdo. Il più bel Teatro del ‘900, sicuramente, ma anche il più difficile e meno proficuo per un giovane attore alle primissime armi. Buon Lavoro a tutti noi. Alla prossima settimana.




Massimiliano Milesi